In questi giorni, forse anche grazie al recente iato hawaiiano, ho riflettuto un po’ sulla scrittura, i blog, le minchiate che si scrivono, le cose senza senso e quelle che un senso invece ce l’hanno. Scrivere tanto per oppure scrivere perché si ha qualcosa di unico da dire.
Ho letto una piccola riflessione fatta da qualcuno che conosco, e un libro a dir poco intrigante, scaturito da un blog (libro che non avrei probabilmente mai comprato né letto se non me l’avessero regalato in aeroporto). E’ fin troppo evidente che finché chi legge i nostri parzialmente anonimi blog ci conosce di persona non potremo mai, mai essere sinceri, scrivere tutto, tutto quello che vorremmo, quello che non si può scrivere nei blog che hanno appiccicato un nome sopra. I post saranno sempre blandi, alla meglio criptici, asettici, neutri, universali. Non particolari. Aveva ragione Tiziano Scarpa quando scriveva che “I diari in rete fanno pena. Sono autocensura giornaliera in pubblico.”
In questi giorni, se devo essere sincera, mi stanno ronzando in testa anche più pensieri del solito, cose, cose che vorrei non dimenticare, cose che vorrei sviscerare, cose che mi fanno sorridere e che mi fanno piangere, cose che non voglio associare a me stessa sulle pagine di questo o di un altro blog.
Già circa un anno fa avevo pensato di chiudere la baracca, anche se poi – evidentemente - non l’ho fatto. Ho continuato a scrivere cripticamente, in modo insoddisfacente per me e probabilmente per chi legge.
In questi giorni, credo proprio che staccherò la spina, per quanto questo blog mi abbia fatto compagnia in un periodo particolare della mia vita e per quanto mi ci sia, in qualche strano modo, affezionata.
La prossima volta non farò l’errore di dire a tutti dove trovarmi. E’ piuttosto evidente, d’altra parte, che non smetterò di scrivere… almeno per un bel po’.