Archive for the ‘thoughts’ Category

an insufferable know-it-all

Un’insopportabile saputella, come Hermione Granger, e i capelli crespi e arruffati di una mattina come questa facilitano il paragone. Canzoni di gruppi semi-oscuri e rispettive cover di autori altrettanto non mainstream ad alleviare il mal de vivre, mentre virtuali spunte su calendari elettronici mi portano da ieri a oggi e da oggi a domani, nella lunga strada dal punto A al punto B. La condanna di un cervello iperattivo e connessioni neurali ben oliate che elaborano, elucubrano, calcolano, collocano. La sensazione di non appartenere, di essere un’entità incorporea che abita questo corpo scoordinato e fallibile, una marionetta di carne e sangue mossa solo dalla volontà. L’intuizione che anche la mente stessa sia una prigione per qualcos’altro, qualcosa di più essenziale e primordiale, di fronte a cui tutto il resto sbiadisce e perde di significato. Il vuoto, il nulla, il satori. Il sospetto che a nessuno interessi quel che penso, voglio e faccio, il muro di gomma e incomprensione contro cui rimbalzano i miei tentativi di sarcasmo e leggerezza e dadaismo. Se tutto è vacuo e irrilevante, perché affannarsi? E se tutto è magico e irripetibile, come non appassionarsi?

l’epica battaglia di Torradello (ovvero, l’alienazione del lunedì)

C’era una volta un grosso ranocchio, che era poi il principe delle rane di Torradello. Aveva un regno verde e rigoglioso e pieno di felicità, dove le rane passavano amabilmente il tempo saltando da una pozza all’altra e gracidando ai bordi delle risaie, con il sole e con la pioggia, dall’alba al tramonto e poi anche durante la notte, sotto la luce della luna e delle stelle. Ma gli ingordi villici di Torradello pensarono di catturare queste rane felici e polpose per cuocerle (fritte, impanate, al forno, nel risotto) e servirle nell’unico ristorante del borgo, e così il principe ranocchio dichiarò guerra a Torradello e ai suoi abitanti. L’epica battaglia durò una giornata intera e si concluse con la sconfitta delle rane, trucidate barbaramente ed in gran numero. Il principe e le poche rane rimaste fuggirono lontano. I villici di Torradello raccolsero i corpicini senza vita delle rane perite in battaglia e organizzarono un sontuoso banchetto per celebrare la vittoria. Il piatto forte, neanche a dirlo, furono le rane. E non vissero felici e contenti, purtroppo. Qualcuno fu felice (chi di andarsene, chi di mangiare le rane), qualcuno un po’ meno. Ma così è la vita, e così si conclude la nostra storia.

(immagine presa da qui)

Il fatto è che è tutta la mattina che mi sento alienata. Appena sveglia, in doccia, in macchina, in metro, a piedi fino all’ufficio, in ufficio. Come se non fossi io. Mi guardo le scarpe camminando e mi sistemo la borsa sulla spalla cercando di fingere normalità, di rimanere ancorata alla realtà, ma ogni odore e ogni luce e ogni rumore mi riportano altrove. L’odore acre del treno appena fermatosi al binario mi ricorda quando finito il liceo mi imbarcai per un lungo e sgangherato interrail con l’amica del cuore. La luce chiara ma ancora debole di questa mattina di maggio mi ricorda i pomeriggi stanchi in cui un po’ studiavo sui libri di matematica e un po’ fissavo lo sguardo fuori dalla finestra della biblioteca, osservando le fronde degli alberi e fantasticando. Il rumore delle macchine e dei tram mi ricorda – facendomi corrugare impercettibilmente la fronte – il rumore del prato e delle foglie che stavo ascoltando fino a poche ore fa, circondata dalle margherite, in un posto molto vicino a Torradello, che nel mio immaginario è ormai associato all’epica battaglia del principe ranocchio.

Eccesso di yin? Può essere. Testa tra le nuvole, dolore reumatico al ginocchio, i sintomi ci sono tutti. Che cosa diavolo ci faccio qui? Potrei yangizzare la mia vita, sperando di radicarmi più saldamente nel mondo, ma sono troppo evanescente oggi per concentrarmi su questo compito.

E così vago e divago, rigorosamente in silenzio. I pensieri si aggrovigliano come rovi intricati e selvatici nella mia testa, prendendo curve inaspettate, intrecciandosi ad altri pensieri e ricordi. C’è tanto verde davanti ai miei occhi. Prato, alberi, boschi, bambù, foglie, muschio. La domanda resta: che cosa diavolo ci faccio qui?

Tra 117 giorni sarò a Bangkok, fine del mondo anticipata permettendo; ora di allora spero di aver almeno iniziato ad ipotizzare delle risposte.

la mente scimmia

All the stupid shit I’ve done. Puntate su puntate di Californication. Anche il gatto disadattato ha bisogno di carezze, ogni tanto. Graffi. Guardare il tramonto sui tetti dal mio nuovo ufficio ai piani alti. Non cenare perché boh. Brigate della maglia. Bla bla bla chiacchiericcio inutile. Il diapason, il metronomo. E parlare a voce troppo alta in treno. Andare in un posto col mare e molto, molto caldo. Sonno che non arriva, e non ci sarà valeriana o passiflora che tenga. Forse è ora di riaprire quella boccetta di Lexotan. O forse no. O forse sì. Il chiropratico mi ha parlato della mente scimmia, e in onore di qualcun altro mi tocca proprio convenire che sì, la mente non sta ferma un attimo – come una scimmia. E no, non è facile vivere nel momento arrestando il vortice dei pensieri. Neanche con il piccolo Rasputin che fa le fusa senza sosta. Neanche respirando lentamente ad occhi chiusi – so ham, so ham. Quando la mente vaga a volte coglie delle verità nascoste, come se si trovassero scritte in un libro aperto solo un po’ difficile da raggiungere. E quando succede, wow, tutto quanto per un attimo ha un senso. Diffondere, elargire a piene mani e a destra e a manca, come suggerito da Brezsny. Discorsi fuori luogo con semi-sconosciuti. Porte che si aprono e poi si chiudono. Puro terrore, insomma. Altro che Blake e Huxley, qui non ci serve nemmeno la mescalina signori. E tra poche ore sarà luna piena, così tanto per dire.

countdown to armageddon

<warning>Questo post è da nerd.</warning>

Tra 4 giorni esce la terza espansione di World of Warcraft, Cataclysm. Per chi avesse vissuto nel Borneo tra i Penan fino a ieri, trattasi della fine di Azeroth. Azeroth sarebbe il mondo. Mentre ero a New York ho anche visto la pubblicità in TV, sotto gli occhi delle mie due ignare compagne di viaggio. Guardatevi lo spot. Eppure non faccio login da oltre un mese. Non so, ho delle emozioni contrastanti. Mi mette tristezza pensare ai Barrens e a tutti i posti irrimediabilmente sconquassati dalla catastrofe. Shimmering Flats inondato!! Niente più corse dei kart degli gnomi! Chi ci darà la quest di Gahz’rilla per ottenere la carota? Oddio, non avranno mica distrutto anche Zul’Farrak? o_O Beh, è davvero troppo. Da quando Cataclysm è stato annunciato, non riesco a darmi pace. Non sono preparata, non sono pronta a dire addio al mondo così come l’ho sempre conosciuto. Ricordo ancora il mio primo ingresso ad Ironforge, verso la fine del 2005. Palle di neve e grosse risate con Terygam (già fortissimo), Grunf e la mia Guna ancora vestita di stracci. Che dire? L’account non lo disattivo, non ci riesco. E’ peggio del crack, dicono. World of Warcrack, lo chiamano. Troppi ricordi. E anche se alla fine me lo sono fatto il chopper con Nanozza, avrò sempre ancora tanta, tanta strada da fare, traguardi da raggiungere, achievement da conquistare, quest stagionali da completare. Erbe da raccogliere, metalli da trasmutare, robe da farmare. E stavolta da sola, cari miei. E’ la mia costante dell’ultimo periodo. Sì, la catastrofe è arrivata e io sono sopravvissuta, tutta sola. Però che botta.

P.S. che Dio benedica chi si è premurato di conservare memoria di quello che fu, come ad esempio Project Save Azeroth.

take the A train

Mamma mia, sono proprio una stronza saccente settaria gigante. Ascolto “The Birds & The B-Sides” delle Shonen Knife di ritorno dal Blue Note, perché ne sentivo un po’ la mancanza. L’ho comprato da Skivhugget a Göteborg troppi anni fa, meglio non quantificarli. Sono una snob del cazzo. Con il morale leggermente risollevato perché prima una ragazza mi ha detto “wow, nice shoes! where did you get them!”, e il mio bisogno di approvazione è stato almeno parzialmente soddisfatto. Non tutto è una merda, non tutto è come sembra. Tranne il mio essere stronza saccente e settaria. Ma d’altronde le premesse c’erano tutte. Ascoltare Zorn doveva pur avere dei side-effects. Prima in versione klezmer (Masada) con un amico ebreo e poi in versione grindcore (Naked City) con un moroso musulmano. Tutti quei balletti alla Scala nell’infanzia, pomeriggi musicali al conservatorio nell’adolescenza, notti insonni a base di rave e drum and bass agli albori dell’età adulta dovevano in qualche modo lasciare il segno. Le versioni di greco e gli spartiti musicali. Proust e alt.2600. L’algebra. Non so, vi direi che è tutta colpa dei miei genitori. Ma sarei ancora più stronza e snob, perché lo direi con tono di compiaciuta superiorità intellettuale. Del cazzo. Cristo, sono veramente una insufferable know-it-all.

Torno martedì sera, per fortuna mercoledì mattina ho appuntamento con la psicologa. Chissà. Nella prossima vita vorrei reincarnarmi in un essere meno cerebrale. Che ne so, un albero. In questa vita devo ancora trovare chi mi possa sopportare e – perché no – sostenere e stimolare in modo non condiscendente. In realtà un paio di persone mi vengono in mente, ma per vari motivi sono lontane. Oggi ho fatto un sacco di strada a piedi, metro e autobus per raggiungere una bettola minuscola specializzata in ravioli a vapore nei meandri di Chinatown. Da sola, chiaramente. Chi diavolo potrebbe sbattersi così tanto per dei ravioli cinesi cotti al vapore e poi rosolati, con una sfoglia perfetta e trasparente ripiegata a mano e la salsina leggermente agra? Mi viene in mente una sola persona, a questo punto. Vabbe’, quel treno è passato. Avanti il prossimo, o così dicono. Intanto i ravioli me li vado a mangiare da sola, anche se mi piacerebbe farlo in compagnia. E ascolto la musica che mi fa stare bene, e mi compro tutti i libri oscuri che voglio, e vaffanculo vaffanculo cento volte a tutto il resto. E non ho paura di perdermi o di andare in giro la notte per i cazzi miei. Sono altre le cose che mi terrorizzano, cose più banali – e infatti non le scrivo. Aggiungerei fifona agli aggettivi di prima.