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Di promesse della matematica e intellettualoidi radical chic

Oggi ho sentito la notizia che un nostro connazionale ha vinto la prestigiosa medaglia Fields, sostanzialmente il premio Nobel per la matematica, riservato agli under 40. Belloccio, faccia pulita, sorriso disteso, curriculum di tutto rispetto, dichiarazioni di soddisfazione sobrie e pacate rilasciate ai media. Che dire, congratulazioni Alessio Figalli!

Eppure, come non pensare immediatamente a Grigorij Perelman, il genio assoluto che ha dimostrato uno dei problemi del millennio (la congettura di Poincaré) e poi ha avuto la sfrontatezza di mandare tutti al diavolo (dopo che un gruppo di matematici cinesi aveva tentato di fregargli il risultato presentato una dimostrazione parziale della congettura), rifiutando il premio da un milione di dollari in palio e l’assegnazione della medaglia Fields.

Grigorij, ritiratosi (o rintanatosi?) a vita privata, sparito completamente dalla circolazione, raramente fotografato ma quelle rare volte sempre in homeless attire, che incrociandolo per strada parrebbe un poveraccio qualunque se non uno un po’ squilibrato. L’antitesi dell’hipster vacuo e inebetito. Grigorij che è tornato a vivere con sua madre. Grigorij deluso dalle macchinazioni accademiche (peraltro, ci sono voluti diversi anni a team di matematici per capire che la sua dimostrazione era effettivamente corretta), a cui non frega un bel niente di denaro e onoreficienze. Perché noi comuni mortali tanto non possiamo capire, arrivederci e grazie.

Cose che ho imparato da Grigorj Perelman:

  1. La gente sorprendentemente intelligente (o ricca) spesso ama mimetizzarsi nella folla, meglio se apparendo – agli occhi poco attenti dei pecoroni – sorprendentemente insignificante (o povera). Come il multimiliardario Warren Buffet, che tra le gioie della vita annovera le bevande con “free refill” (una specie di “all you can drink” in cui paghi tipo 1$ per un bicchiere e bevi tutta la bevanda che vuoi).
  2. Si può vivere benissimo senza andare mai dal parrucchiere.
  3. Quando qualcuno ti fa rimanere male o incazzare, è perfettamente OK prendersela a morte, per sempre, in modo irrevocabile, e sparire dalla faccia della Terra come ripicca per non dover avere mai più a che fare con certa feccia.

Insomma, pensando a Grigorij Perelman ho fatto un breve giro su Google alla ricerca di scoop recenti (forse per colpa di Gossip Girl, che sto attualmente rivedendo, dopo aver rivisto tutto Game of Thrones e Fringe, ma questo è un argomento per un altro post) e ho realizzato che una giornalista russo-americana, tale Masha Gessen, ha scritto ormai quasi 10 anni fa un libro sulla vicenda, Perfect Rigor: A Genius and the Mathematical Breakthrough of the Centuryche pare interessantissimo, e l’ho ordinato, anche se dubito che riuscirò a leggerlo in santa pace quest’estate, ma ci proverò. (Se vi interessa, a fine agosto uscirà anche la traduzione in italiano).

Per farla breve, si scopre che l’autrice, che a quanto pare scrive regolarmente per il New Yorker (la roccaforte dell’intellighenzia e dei radical chic – espressione coniata indovinate un po’ da chi? Già, proprio dal New Yorker) e per il New York Times, e che oltre ad essere giornalista è anche un’attivista politica, ha pubblicato diversi altri libri, e tutti sembrano estremamente interessanti. Come Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot (che ho ordinato immediatamente), Blood Matters: From Inherited Illness to Designer Babies, How the World and I Found Ourselves in the Future of the Gene, o il più intimista Two Babushkas: How My Grandmothers Survived Hitler’s War and Stalin’s Peace.

E ora credo di avere una mini cotta intellettuale estiva per Masha, e anzi non appena possibile ascolterò questo episodio del podcast della New York Public Library in cui le viene lasciata la parola, approfittando di qualche tragitto in auto (condizione ideale per ascoltare dei podcast), variando dall’onnipresente The Tim Ferriss Show di cui sono una grandissima fan. Ho imparato talmente tante cose e scoperto talmente tanti personaggi interessanti ascoltando le conversazioni del buon vecchio Timothy (autore dell’indimenticabile The 4-Hour Work Week, che ha contribuito a farmi sfanculare l’ufficio ormai tanti anni fa), non posso fare altro che consigliarvelo. Certo, a volte scade nell’idolatria di personaggi di dubbia fama (Tony Robbins, anyone?) ma glielo perdoniamo.

A questo punto, ho perso il filo del discorso. Ah, giusto: massima stima (e anche un po’ di invidia) per chi raggiunge le vette della matematica (con o senza premi da ritirare), per chi è immune alle convenzioni sociali, per chi scrive e pubblica libri interessantissimi, per chi vive a New York, per chi diventa ricco a suon di risparmiare un cent qui e un cent lì, come Zio Paperone.

Visto che sono finita a parlare di libri e anche di Warren Buffet, vi lascio con un’altra lettura curiosa, anche se non molto adatta da portare in viaggio (il libro è piuttosto ingombrante e pesa decisamente troppo per la borsa da spiaggia o per lo zainetto da trekking). Se invece trascorrerete le ferie in casa, in campagna, in città, senza fare nulla se non riposarvi, leggere, dormire, guardare documentari, serie TV o film cecoslovacchi sottotitolati in finlandese sul vostro divano elegante, indossando un golfino di cashmere per proteggervi dall’aria condizionata, nella vostra dimora lussuosa lontana dalla ressa e dalla plebaglia vacanziera, beh, allora in quel caso è un ottimo libro pieno di spunti interessanti: Poor Charlie’s Almanack: The Wit and Wisdom of Charles T. Munger. Charlie Munger è l’amicone (e socio in affari) di Warren Buffet, in caso non lo conosceste già.

 

sulle cose banali di tanti anni fa che non interessano a nessuno

Tantissimi anni fa, intendo dire vent’anni fa, ho creato la mia prima pagina web personale sul server di fisica dell’università di Copenhagen, dove studiavo. Per dirvi quanto era vetero ‘sta cosa vi dirò solo che la root directory in cui caricare le pagine html non si chiamava nemmeno public_html ma mosaic_offentlig o qualcosa del genere. Ho anche cercato questo path arcaico in danese su Google, prima di scrivere cretinate, che la memoria è quella che è, ma è talmente oscura come cosa che non l’ho mica trovata. Già che c’ero però ho rintracciato il mio nome nell’elenco degli studenti iscritti a un corso di crittografia dell’AA 1999/2000. Come nell’anno precedente in cui ero lì (il 97/98) eravamo talmente in pochi che il mio username era semplicemente “giulia”. Comunque, sto divagando. Insomma la mia prima home page personale, statica chiaramente, era carinissima, divertente, con link criptici infilati a cazzo nel discorso, un po’ come continuo a mettere anche ora (sì, lo so, sono vetero o demodé). Era una pagina in inglese di cui ricordo chiaramente l’incipit e alcune frasi sparse. Purtroppo l’ho anche cercata su web.archive.org (scavando più a fondo nella memoria sono riuscita a ricostruire l’URL) ma la prima versione salvata risale al 1999 ed è quindi troppo recente. Peccato. Per farla breve, mi manca! Vorrei tanto rivedere quella mia paginetta, un po’ come amo, ogni tot anni, sbirciare nei miei diari segreti di quando ero ragazza. Quando ancora avevo lo sbattimento di scrivere a penna. Prima di scrivere al computer insomma. E quando non c’erano email e cellulari a fottere tutto il nostro tempo. Tornando alla mia paginetta, mi pento di non averne salvato una copia. Ma ho perso tutti i dati talmente tante volte che ormai a momenti non li conservo nemmeno più. Ho abbracciato l’effimera natura del digitale. Sempre a questo proposito, potrei ricordare quando non avendo fatto login nella mia casella hotmail per qualche mese, la volta che sono tornata tutte le mie email erano state completamente cancellate. Email preziose e irripetibili. Tutto andato.

WAT?

Se prima non avevo sentimenti particolari verso Microsoft, da allora per me ogni loro creazione e invenzione è stata rivestita (mentalmente) di una patina di merda pura. No, non cambierò mai idea sul loro conto. E si potrebbe anche ricordare, riallacciandomi a questo spin-off su hotmail, il pomeriggio del 1997 in cui mia sorella, che si trovava in visita da me a Copenhagen, volle registrare il suo primo indirizzo email, usando i computer a disposizione del pubblico nella stupenda biblioteca centrale dell’università di Copenhagen. Ci siamo divertite a provare a registrare tutti i nomi di login più strani ma, assurdamente, erano tutti già presi! Tipo, cazzinculo@hotmail.com. Della serie, da quando c’è internet, ci sono teste di cazzo. O forse, da quando c’è il mondo.

Immaginate di essere seduti davanti a un terminale in questo posto meraviglioso, in un pomeriggio di fine 1997, cercando di registrare l’email cazzinculo (@hotmail.com) e scoprire che era già preso. Va bè.

Insomma non so bene dove vorrei andare a parare con questo post. Forse sono un po’ triste per la deriva che hanno preso internet e la tecnologia negli ultimi anni. Tralasciamo Internet delle cose, intelligenza artificiale, macchine a guida autonoma e le altre stronzate colossali che ci si rivolteranno contro in 3, 2, 1, BUM! Non so voi, ma ci sarà pure altro nella vita che meme idioti, video su youtube con gente che fa il resoconto di quel che ha comprato al centro commerciale e paccottiglia cinese da quattro soldi. Aridateci le macchine col cambio manuale! I giocattoli Made in Japan o al limite Made in Hong Kong! I biscotti con lo zucchero e non con lo sciroppo di glucosio-fruttosio! Dove finiremo? Io prestissimo all’ospizio, considerando la visione assolutamente retrograda della vita e del mondo che ho.

Abbiamo voluto internet? E adesso, pedaliamo…

 

di autostrade, cocco e cotechini emiliani

Un conto è uscire dall’ufficio il venerdì sera alle 19:45, che già di per sé non è il massimo della vita. Un conto è uscire dall’ufficio il venerdì sera alle 19:45 quando il tuo ufficio è a Modena e tu abiti a circa 165km di distanza. Ma è proprio tutto un altro paio di maniche uscire dall’ufficio etc.etc. alle 19:45 etc.etc. e trovare un ingorgo di 10km di coda in autostrada che fa spostare dalle 21:45 alle 00:15 l’orario di arrivo a casa previsto da Google Maps. Che incidentalmente mi aveva suggerito di uscire poco prima dell’ingorgo e fare un pezzettino di statale, ma io ho pensato alla famosa vignetta di xkcd in cui i due omini rischiano di finire nel lago per seguire Google Maps e allora ho deciso di tirare dritto. WRONG. Visto così in grassetto e corsivo sembra quasi onomatopeico, come il suono di un’auto che sfreccia in autostrada. Non certo la mia, dato che sono rimasta ferma immobile in coda dietro uno svizzero per quasi tre quarti d’ora. Comunque, non tutto il male viene per nuocere, dato che ho potuto ascoltare un bel pezzo di Soviet Kitsch nel silenzio dell’auto spenta e osservare una donna camionista con stazza e taglio alla Ivan Drago (presumibilmente di un paese dell’Est) scendere dal camion a verificare non so cosa in canotta. Con temperatura esterna di +2 gradi centigradi. Senza battere ciglio.

Google Maps wouldn't steer us wrong

Per il resto, l’highlight della mia serata è stato assaggiare finalmente le patatine San Carlo al gusto cocco e curcuma (sottotitolo: “tropical chic”), di cui sono venuta a conoscenza in modo totalmente random tramite un post altrettanto random di un mio contatto Facebook. Vorrei ringraziare personalmente la signorina Enrica Vianello, 19 anni, di Venezia, per aver ideato questo gusto per il concorso Crea il tuo Gusto, e la San Carlo per averla premiata. Nemmeno nei miei sogni più nascosti avrei potuto sperare che un gusto simile approdasse al supermercato. E invece sì! Ora non resta che comprarne un container e centellinarle sperando che non vadano mai fuori produzione. Grazie Enrica! Anche se il nome “tropical chic” te lo potevi risparmiare. Ma ti perdono perché cocco+curcuma è l’abbinamento più buono di sempre e chiunque mi conosca da un po’ saprà che lo applico a tutto, spesso e volentieri. Oltre allo stufato di lenticchie rosse in latte di cocco + abbondante curry (il cui ingrediente base è la curcuma) che è ormai un mio grande classico, vi suggerisco le scaloppine di tacchino (bio) impanate in fiocchi di cocco e ripassate con curcuma in padella. Ciaone proprio, come dicono i giovani d’oggi.

E per arrivare al cotechino emiliano, dobbiamo tornare indietro al momento prima che uscissi dall’ufficio etc. etc. per immettermi in autostrada. Sì perché il mio nuovo datore di lavoro, oltre ad essere una ditta piuttosto cazzuta sotto diversi aspetti istituzionali, lo è -apparentemente- anche sotto l’aspetto umano. Non solo ha organizzato l’apericena + serata disco di Natale (cosa che nella mia vita ho visto solo sulle rive sfavillanti di Amadeus en Côte d’Azur), ma ha anche deciso di regalare ai propri collaboratori una cesta natalizia equosolidale. Avete capito bene. Non solo un vero regalo (addio agendina brandizzata! che i miei ultimi n datori di lavoro, nemmeno quella ormai…), ma con prodotti biologici, del commercio equo e a sostegno dei piccoli produttori locali terremotati. Sono veramente commossa.

Quindi capirete che non è in fondo così male uscire dall’ufficio alle 19:45 di venerdì sera etc. etc. quando andare in ufficio quelle rare volte è comunque un piacere. Per una come me che ha fatto di tutto per non lavorare più (vi rammento il mantra evergreen let’s take control of our lives and live for pleasure not pain) questa affermazione ha un certo peso.

Sì, mi piace il mio nuovo lavoro. Come nelle migliori favole, è il lavoro che mi ha cercata e corteggiata. Io me ne stavo comodamente sui miei allori troppo impegnata a gestire il mio frugoletto (sì, dall’ultima volta che ci siamo sentiti ho fatto anche in tempo a riprodurmi). E da inguaribile romantica che sono, non ho potuto dire altro che . Come scrivevo da qualche parte su questo blog tempo fa, ecco un altro chiaro esempio di come smettere, rinunciare, abbandonarsi alla corrente spesso dia frutti migliori di adoperarsi e incaponirsi. Così, giusto per dire.

Fatto sta che il sito di Autostrade dava “code a tratti” laddove invece c’era una coda immobile lunga una decina di chilometri che non si è schiodata di una virgola per quasi un’ora. Purtroppo, ancora una volta Google ne sapeva più di tutti. Which is, frankly, quite scary.

a mild case of depression (a.k.a. “I’m going to the Côte d’Azur, bitch!”)

Ieri sera ho finalmente realizzato di essere depressa. Una lieve forma di nevrastenia, un leggero esaurimento nervoso. Non so se è colpa della Costa Azzurra, della distanza dagli affetti più cari, dell’assoluta mancanza di riscontri per quanto riguarda le cose che mi interessano e che mi rappresentano, dell’incomunicabilità. Ma tutto mi irrita. Il fatto che la ceretta si chiami “épilation” e il nuoto “natation”. Il fatto che le persone trovino divertenti cose che io trovo abominevoli. I russi in Mercedes che cercano di investirmi su una strada pedonale urlandomi dal finestrino “puttana, ficcatelo in culo”, ridendo. Il libro che sto leggendo. Il forno a microonde. La banca online. Il fatto che ogni cosa qui sembri volta al profitto e a fottere il prossimo. Odio tutti più del mio solito, qualcuno mi ha anche suggerito la parola “sociopatica“, piuttosto che il blando “antisociale” che mi sembrava ben descrivesse la situazione. Oppure sono solo stronza e non c’è niente che non vada in questo posto e nelle altre persone.

Fatto sta che a volte mi sembra di vivere in un pessimo realityà la Jersey Shore. Dove Mike “The Situation” è davvero figo e Vinny è un intellettuale. Snooky cerca per davvero l’amore e J-wow è una ragazza dai solidi valori morali. I am going to the Côte d’Azur, bitch! 

L’unica consolazione è il lavoro. Mi piace il mio lavoro. So farlo bene, mi soddisfa. E questo, se vogliamo, è ancora più inquietante, viste le mie posizioni radicali in fatto di adesione ai valori aziendali, arrivismo, vendere il proprio tempo in cambio di denaro, e il senso della vita in generale.

È che io vorrei solo essere felice. Principalmente, vorrei essere circondata da gente che vede il mondo come lo vedo io, o almeno che non mi rompe i coglioni perché ha un’idea totalmente distorta della realtà. Al momento la mia idea di felicità si avvicina molto a chiudermi in isolamento volontario con l’unica persona al mondo che pare essere sulla mia esatta lunghezza d’onda, perfettamente sincrono, mai inopportuno, sempre costruttivo. Ma in qualche modo, non riesco a darmi pace. Non sono pronta a gettare la spugna.

jersey shore

il vuoto pneumatico

Questa espressione mi è sempre sembrata buffa, forse per il fatto che una volta scavallata la bizzarria cacofonica quasi ci si dimentica il motivo per cui la si sta utilizzando. Un’altra parola che vorrei ricordare (per i posteri) è soqquadro, così terribilmente dispettosa con la doppia q.

Mi piacciono le parole e non provo simpatia per chi le tratta irrispettosamente. Motivo per cui apprezzo chi sa rimanere in silenzio e detesto chi parla a macchinetta, soprattutto se in maniera sconnessa e superflua.

Mi serve una lunga pausa di riflessione, per permettere alle parole che mi si affastellano nella testa, rimbalzando silenziosamente da una parete all’altra del cranio, di posarsi educatamente ed ordinatamente, in pile ben organizzate, a formare frasi compiute, sensate e squisitamente succinte. Per il momento, c’è solo un gran caos.