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summer in the city

L’inizio giugno più freddo di sempre. Nuvoloni, umidità. Ho tolto il piumino d’oca dal letto giusto in tempo per questa ondata di gelo fuori stagione, e la notte mi tocca raggomitolarmi in pigiama e felpa col cappuccio nella coperta dell’Ikea a tondi bianchi e neri. La mattina mi sveglio intirizzita, e menomale che c’è il gatto a scaldarmi come un fornetto…

Aperitivi con le amiche sotto la pioggerellina, mojito dopo mojito a parlare di uomini guardando le vetrine dall’altro lato della strada, traboccanti di borsette di Miu Miu e scarpe di Prada. E ieri sera siamo finite al cinema a vedere Sex and the City, per mettere una bella ciliegina su questa torta mezza crollata che rappresenta un po’ i nostri casi umani…

Amiche, risate, vestiti, gossip, qualche dramma e tanto, tanto amore. Troppo amore per un solo film, e i pop-corn non bastano a mandar giù quel groppo in gola, e le lacrime risultano sempre un po’ troppo salate, e non sai più se ridere o piangere, e nel dubbio spendi quella lacrimuccia, quando Miranda e Steve riescono a mettere una pietra sul passato, quando Charlotte rimane incinta, quando Samantha lascia Smith e festeggia i 50 anni da single, per non parlare di quando Big chiede a Carrie di sposarlo e non avendo un anello di diamanti le mette al piede una scarpa bijou di Manolo Blahnik, e poi si ritrovano tutti intorno al tavolo di un fast-food scrauso a mangiare patatine…

Ho messo in loop tutti gli mp3 che ho sull’hard disk esterno: quasi 700 ore di musica, speriamo di trovarci qualcosa di buono, qualcosa che mi faccia dimenticare tutto questo freddo, qualcosa che mi faccia sorridere e sperare, qualcosa che mi faccia arrivare fino a stasera e fino a fine settimana e fine mese e fine anno senza gettare la spugna, resistendo all’impulso di mandare tutto affanculo, tranne le amiche, qualcosa che mi venga voglia di canticchiare mentre pedalo sotto la pioggia, e i miei capelli si arruffano sempre di più…

And we were dressed from head to toe in love… the only label that never goes out of style.
– Carrie Bradshaw

Summer in the city means cleavage cleavage cleavage
And I start to miss you, baby, sometimes
I’ve been staying up and drinking in a late night establishment
Telling strangers personal things

Summer in the city, I’m so lonely lonely lonely
So I went to a protest just to rub up against strangers
And I did feel like coming but I also felt like crying
It doesn’t seem so worth it right now

And the castrated ones stand in the corner smoking
They want to feel the bulges in their pants start to rise
At the sight of a beautiful woman they feel nothing but
Anger, her skin makes them sick in the night nauseaous, nauseaous, nauseaous

Summer in the city, I’m so lonely lonely lonely
I’ve been hallucinating you, babe, at the backs of other women
And I tap on their shoulder and they turn around smiling
But there’s no recognition in their eyes

Oh summer in the city means cleavage cleavage cleavage
And don’t get me wrong, dear, in general I’m doing quite fine
It’s just when it’s summer in the city, and you’re so long gone from the city
I start to miss you, baby, sometimes

When it’s summer in the city
And you’re so long gone from the city
I start to miss you, baby, sometimes
I start to miss you, baby, sometimes
I start to miss you, baby, sometimes

– Regina Spektor, “Summer in the city”

lucciole

Vorrei tornare in quel posto morbido e caldo in cui mi trovavo una volta, vorrei non dovermi preoccupare del futuro, vorrei non avere mai dubbi, vorrei andare avanti senza guardarmi mai indietro.

Vorrei che le persone non dovessero sforzarsi di capirmi, vorrei che mi capissero istintivamente e vorrei riuscire io a capire loro in modo immediato e trasparente. Vorrei vivere in un mondo privo di schemi e stereotipi, in cui tutto è semplice e lineare e bene illuminato.

Vorrei ringiovanire invece che invecchiare, diventare sempre più piccola fino ad essere riassorbita nella singolarità che mi ha generata. Vorrei vivere tutta la vita che mi è data e poi riavvolgere la bobina, ripercorrere tutto all’indietro e sparire, come se non fossi mai esistita.

Vorrei che non esistessero direzioni o versi preferenziali, vorrei che ogni solco che tracciamo non rimanesse per sempre impresso. Vorrei percorrere strade mai battute; vorrei riuscire a vedere il punto da cui si diramano queste strade.

Vorrei bruciare i miei documenti e tutto ciò che mi identifica, abolire i nomi, le nomenclature, le denominazioni. Vorrei non possedere nulla, perché il possesso rende schiavi. Vorrei non dover rendere conto di nulla a nessuno e non dipendere da niente e nessuno.

Vorrei dormire tantissimo annusando un buon odore di pioggia, di terra scaldata dal sole, di erba secca, di mare.

La civiltà e la società mi hanno stufata, immagino. E immagino di sentirmi un po’ sola, a volte, con nessuno che mi veda chiaramente al di là di tutte le sovrastrutture e i dettagli superflui. Ognuno crede di possedere un frammento di verità che mi riguarda, ma la somma di tutti questi frammenti riesce al massimo a comporre una bambola di pezza, deforme, inanimata.

Sono ancora qui che aspetto chi riuscirà a vedermi. Qualcuno che non avrà bisogno di scotch e attak per tenere insieme i vari pezzi di me, che non vorrà strizzarmi in uno stampo preconfezionato. Qualcuno che veda lo stesso mondo che vedo io.

Qualcuno a cui piacciano le lucciole.

odio

Questa mattina sono veramente incazzata. Mi è venuto in mente quel bel film di Mathieu Kassovitz, “L’odio“, girato in bianco e nero nelle periferie parigine.

“Il problema non è la caduta. Ma l’atterraggio.”

Se non avessi sfogato il mio nervoso correndo lungo il Ticino stamattina presto, probabilmente avrei voglia di spaccare la faccia a qualcuno a sprangate… invece, mi limito ad essere moderatamente infastidita. Un po’ nauseata.

di vermi e super-vermi

Stava ancora coccolando il gatto. “Povero impiastro,” disse grattandogli la testa, “povero impiastro senza nome. È una piccola seccatura il fatto che non abbia un nome. Ma io non ho il diritto di darglielo, dovrà aspettare fino a quando non apparterrà a qualcuno. Ci siamo incontrati un giorno per caso vicino al fiume, non apparteniamo l’uno all’altra; e lui è indipendente, come me. Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com’è.” Sorrise e lasciò cadere il gatto sul pavimento. “E’ come da Tiffany,” disse. “Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. Ma è cafone portare brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso. Stanno bene solo addosso alle vecchie, i brillanti. Maria Ouspenskaya. Rughe e ossa, capelli bianchi e brillanti: non vedo l’ora. Ma non è per questo che vado da Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?”

“Cioè, la melanconia?”

“No” disse lentamente. “La melanconia viene perché si diventa grassi o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. Avete mai provato niente di simile?”

“Abbastanza spesso. C’è chi lo chiama angst”

“Benissimo, angst. Ma che cosa fate voi in questi casi?”

“Bè, un bicchierino aiuta”

“Ci ho provato. Ho provato anche l’aspirina. Secondo Rusty, dovrei fumare marijuana, e l’ho fumata per un po’, ma mi fa soltanto ridacchiare. Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli da coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le stesse sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto.”

(Truman Capote, “Colazione da Tiffany”)

Sono troppo sentimentale.

Guardare “Colazione da Tiffany” in tv nel periodo natalizio non ha certo aiutato! Chi di noi non vorrebbe essere come Holly Golightly? Bella, affascinante, elegante, libera, sorridente, originale. Peccato che sia una pazza, ha addirittura cambiato nome, è scappata di casa tipo a 14 anni e non è in grado di affrontare il mondo e la vita in modo serio. Si fa mantenere da uomini molto più grandi di lei (che però detesta e divide in due categorie, i “vermi” e i “super vermi”) e ha una paura maledetta di scegliere che cosa fare nella vita, di sistemarsi, accasarsi, dare anche solo un nome al gatto, disfare le valigie, togliere le cose dagli scatoloni. Mette il telefono in una valigia per non sentirlo suonare… ma mica lo stacca! Vive in uno stupido sogno, in cui quando viene assalita da quell’ansia esistenziale si rifugia da Tiffany per circondarsi di cose belle. Sì, ma tanto belle quanto irraggiungibili, infatti fa colazione in strada mangiando un croissant da un cartoccio e bevendo un caffè da un bicchiere di carta e guardando tutte le cose luccicanti attraverso una vetrina.

Povera Holly. Ha così paura di affrontare la realtà che anche quando trova un amico un po’ speciale nel suo vicino di casa scrittore “Fred-bello” (che in realtà si chiama Paul) lo scaccia con violenza proprio quando lui vorrebbe starle più vicino e aiutarla. Abbandona il gatto per strada sotto la pioggia, vuole fare la dura. Ma Paul le fa una bella ramanzina nel taxi e poi se ne va.

Che cosa ti rimane, piccola Holly? Che cosa conta la tua libertà, il tuo spirito libero, se poi sei sempre così sola e chiusa nel tuo guscio? Davvero te ne saresti andata in Brasile per sposare un ricco uomo con il doppio dei tuoi anni e giocare a fare la signora? Ma è molto più difficile accettare la tua debolezza e fidarti di Fred-bello, che non sarà ricco e non potrà garantirti molto, ma è lì davanti a te, vivo e vegeto, e ha qualcosa da darti che quegli altri super vermi non potranno mai. E infatti Holly esce correndo da quel taxi, sotto la pioggia, per correre dietro a Paul e chiedergli scusa, per cercare il suo gatto senza nome a cui è tanto affezionata. Maledizione, Holly, hai fatto tanto casino per nulla. Ma dato che è un film, per fortuna c’è un lieto fine a salvarti: Paul è lì pronto ad abbracciarti e il gatto pure lo ritrovi in un battibaleno.

E non siamo tutte in fondo come Holly Golightly? Sempre a inseguire i vermi e i super vermi, in qualche strano sogno malato e sempre troppo distante, sempre con la paura di rimboccarci le maniche e affrontare i problemi veri, sempre trasferendo i problemi altrove, imbrogliandoci, recitando una parte. Sempre incapaci di apprezzare le cose semplici. Finché qualcuno non ci fa una bella ramanzina e allora per un attimo rinsaviamo. Ma poi la paura rimane, no? La paura di non riuscire a vedere, a capire chiaramente, la paura di fare scelte sbagliate, che poi ci paralizza in tante non-scelte.

E allora, diamolo il nome a ’sto gatto, disfiamo queste valigie e togliamo gli ammassi di roba dagli scatoloni. Magari perderemo un po’ del fascino sbarazzino di questa ammaliatrice, ma magari così non ci ritroveremo a scappare dalla finestra per sfuggire a uno dei tanti vermi o a strimpellare canzoni malinconiche sedute sul davanzale. Lottiamo con tutte le nostre forze contro le cosiddette “paturnie”!

“Quello che è certo è che avevo sbagliato nel classificarlo. Pensavo che fosse un verme. Invece è un super verme, ecco. Un super verme, sotto spoglie di verme.” — Holly Golightly

Macché super verme, Holly. Sei tu super confusa.

welcome to hell

Stasera ho finalmente guardato il dvd di Little Miss Sunshine.. un film davvero carinissimo, ma strambo (un po’ simile, come stile delirante, a The Royal Tenenbaums, che pure mi era piaciuto un sacco).

La citazione migliore dal film? Questa qui, verso la fine:

Dwayne: You know what? Fuck beauty contests. Life is one fucking beauty contest after another. School, then college, then work… Fuck that. And fuck the Air Force Academy. If I want to fly, I’ll find a way to fly. You do what you love, and fuck the rest.”