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come il barone Lamberto

C’era due volte il barone Lamberto è uno dei miei libri preferiti, l’ho letto più volte da bambina, come del resto quasi tutti i libri di Gianni Rodari. Recentemente mi è capitato di regalarlo, anche se purtroppo negli ultimi anni le vecchie edizioni sono state dismesse a favore di un nuovo formato che non mi piace per niente. Le copertine sono bruttine, a mio parere, e troppo colorate. Tanto per capirci, ecco le due edizioni a confronto, prima e dopo la cura:

Trovo che le illustrazioni di Altan, per quanto belle, non siano proprio all’altezza dei disegni di Bruno Munari. Guardate che belli questi:


Per il mio compleanno, che è stato qualche giorno fa, ho ricevuto un regalo bellissimo: due copie dell’edizione classica di C’era due volte il barone Lamberto, quella con l’isola di San Giulio in copertina. Una da leggere e sfogliare, l’altra da conservare - è la prima edizione del 1978, con tanto di dedica dell’autore (non a me, chiaramente, dato che Rodari purtroppo è morto da un pezzo).

Comunque, in questi giorni mi sento un po’ come il barone Lamberto e le sue 24 malattie, una per ogni lettera dell’alfabeto o quasi: cistite, otite, e via così. E come il barone Lamberto vorrei prendermi maggiore cura di me, ringiovanire, circondarmi di gente che mi pensa e ripete il mio nome. Questa cosa l’ho già detta (qui e qui), forse ora col compleanno e tante strane vicende fiabesche la mia mente viaggia di nuovo in quella direzione. Tanto per cambiare, scrivo cose che capisco solo io.

Vi consiglio però caldamente di leggere questo libro, e perché no, anche Favole al telefono, che è composto da tante piccole storie di una pagina o poco più. E se non volete leggerlo voi, regalatelo o leggetelo a qualche bambino, per contrastare il piattume culturale e lo stile educativo “delle tre i”. Diciamo no all’invecchiamento prematuro e all’eccesso di serietà, sì all’infanzia prolungata, colorata e spensierata.

In mezzo alle montagne c’è il lago d’Orta. In mezzo al lago d’Orta, ma non proprio a metà, c’è l’isola di San Giulio. Sull’isola di San Giulio c’è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e cosí avanti fino alla zeta di zoppía. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d’accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d’aria, la pioggia, il sole e la luna».

– Gianni Rodari, “C’era due volte il barone Lamberto”

apri gli occhi

Quanto mi fa male vederti così, mi ricordi la me stessa di qualche tempo fa. Impaurita, ingabbiata, infelice, insicura. E vorrei urlare, afferrarti per un braccio e scuoterti,  prenderti a schiaffi per svegliarti da questo stato comatoso in cui sei scivolato da troppo, troppo tempo.

Svegliati, ti prego. Svegliati! C’è un mondo là fuori, pieno di colori e profumi e cose terrorizzanti ed entusiasmanti. Tutto quello che vorresti è a portata di mano, devi solo svegliarti da questo fottuto coma e aprire gli occhi.

Apri gli occhi, ti prego. Basta solo un passo, un piccolo passo e poi sarà tutto in discesa. Promesso.

soviet kitsch

Soviet Kitsch nelle orecchie tutta la mattina, sul regionale in ritardo, leggendo un libro che mi parla di scenari artici.

Milano è grigia oggi, ma può solo migliorare, dopo il 21 dicembre è tutto in discesa, no? La primavera è dietro l’angolo.

The flowers you gave me are rotting and still I refuse to throw them away
Some of the bulbs never opened quite fully, they might so I’m waiting and staying awake

Things I have loved I’m allowed to keep
I’ll never know if I go to sleep

The papers around me are piling and twisting, Regina the paperback mummy, what then
I’m taking the knife to the books that I own and chopping and chopping and boiling soup from stone

Things I have loved I’m allowed to keep
I’ll never know if I go to sleep

Things I have loved I’m allowed to keep
I’ll never know if I go to sleep

– Regina Spektor, “The flowers”

dear karen

Adoro le lettere, adoro le lettere d’amore, adoro le lettere ben scritte, adoro Hank Moody. Leggetevi questa, parla di una storia d’amore ambientata in una New York piena di gente e di colori, e guardatevi Californication (stagione 2, episodio 10). L’amore come non l’avete mai visto prima, l’amore per gente cinica disillusa autoironica cupa e autodistruttiva come me. L’amore che, nonostante tutto, è la cosa più importante.

Dear Karen,

If you’re reading this, it means I actually worked up the courage to mail it, so good for me.

You don’t know me very well, but if you get me started I have a tendency to go on and on about how hard the writing is for me. But this, this is the hardest thing I’ve ever had to write. There’s no easy way to say this so I’ll just say it, I met someone. It was an accident, I wasn’t looking for it, I wasn’t on the make, it was a perfect storm. She said one thing and I said another and the next thing I knew I wanted to spend the rest of my life in the middle of that conversation. Now there’s this feeling in my gut that she might be the one. She’s completely nuts in a way that makes me smile, highly neurotic, a great deal of maintenance required. She is you, Karen, that’s the good news. The bad  is that I don’t know how to be with you right now, and that scares the shit out of me. Because if I’m not with you right now I have this feeling we’ll get lost out there. It’s a big bad world full of twists and turns and people have a way of blinking and missing the moment, the moment that could have changed everything. I don’t know what’s going on with us and I can’t tell you why you should waste a leap of faith on the likes of me. But damn you smell good, like home, and you make excellent coffee – that’s got to count for something, right? Call me.

Unfaithfully yours,
Hank Moody

countdown to armageddon

<warning>Questo post è da nerd.</warning>

Tra 4 giorni esce la terza espansione di World of Warcraft, Cataclysm. Per chi avesse vissuto nel Borneo tra i Penan fino a ieri, trattasi della fine di Azeroth. Azeroth sarebbe il mondo. Mentre ero a New York ho anche visto la pubblicità in TV, sotto gli occhi delle mie due ignare compagne di viaggio. Guardatevi lo spot. Eppure non faccio login da oltre un mese. Non so, ho delle emozioni contrastanti. Mi mette tristezza pensare ai Barrens e a tutti i posti irrimediabilmente sconquassati dalla catastrofe. Shimmering Flats inondato!! Niente più corse dei kart degli gnomi! Chi ci darà la quest di Gahz’rilla per ottenere la carota? Oddio, non avranno mica distrutto anche Zul’Farrak? o_O Beh, è davvero troppo. Da quando Cataclysm è stato annunciato, non riesco a darmi pace. Non sono preparata, non sono pronta a dire addio al mondo così come l’ho sempre conosciuto. Ricordo ancora il mio primo ingresso ad Ironforge, verso la fine del 2005. Palle di neve e grosse risate con Terygam (già fortissimo), Grunf e la mia Guna ancora vestita di stracci. Che dire? L’account non lo disattivo, non ci riesco. E’ peggio del crack, dicono. World of Warcrack, lo chiamano. Troppi ricordi. E anche se alla fine me lo sono fatto il chopper con Nanozza, avrò sempre ancora tanta, tanta strada da fare, traguardi da raggiungere, achievement da conquistare, quest stagionali da completare. Erbe da raccogliere, metalli da trasmutare, robe da farmare. E stavolta da sola, cari miei. E’ la mia costante dell’ultimo periodo. Sì, la catastrofe è arrivata e io sono sopravvissuta, tutta sola. Però che botta.

P.S. che Dio benedica chi si è premurato di conservare memoria di quello che fu, come ad esempio Project Save Azeroth.