I paroloni mi ipnotizzano, mi lambiscono, mi soffocano.
D’ora in poi voglio rifiutarmi categoricamente e coscientemente di usare parole che un bambino delle elementari o la mia vicina di casa ucraina non capirebbero. Non voglio più pronunciare le parole: edule, iconoclastico, tautologico, epistemologia, coprolalia, sincretismo, sinottico, bustrofedico, ontologico, ondivago, epiteto, ieratico, refrattario, ogivale, caustico, scevro, coriaceo, ignavia, archetipico, redarguire, sdilinquire, ferino, fallacia, atarassia, ossimoro, turpiloquio, marcescente, obnubilante, autoctono, dinoccolato.
Voglio parlare come l’uomo della strada e riuscire ugualmente ad esprimere ciò che penso. E, se non ci riesco, voglio semplificare ciò che penso di dover a tutti i costi esprimere.
Oppure, stare zitta!

Come quando Faulkner criticò Hemingway per la sua limitata scelta lessicale:
He has no courage, has never climbed out on a limb… has never used a word where the reader might check his usage by a dictionary.
e lui rispose:
Poor Faulkner. Does he really think big emotions come from big words? He thinks I don’t know the ten-dollar words. I know them all right. But there are older and simpler and better words, and those are the ones I use.
Non è che perché si sa una cosa bisogna per forza dirla. Questo gusto per l’esibizionismo dev’essere sradicato, annientato. Disincentivato. Oserei dire punito.
Vado subito a cancellare la mia iscrizione a “Word of the day“, strumento sovversivo di soggiogamento delle masse intontite e brancolanti, fonte inesauribile di paroloni on demand, razione quotidiana di snobismo intellettuale per noi drogati della carta stampata. La cancello e mi iscrivo a qualcosa di molto più stronzo e terra-terra. Giuro. Cioè, giuro che ci faccio un pensierino, perlomeno…