Archive for the ‘full moon’ Category

la mente scimmia

All the stupid shit I’ve done. Puntate su puntate di Californication. Anche il gatto disadattato ha bisogno di carezze, ogni tanto. Graffi. Guardare il tramonto sui tetti dal mio nuovo ufficio ai piani alti. Non cenare perché boh. Brigate della maglia. Bla bla bla chiacchiericcio inutile. Il diapason, il metronomo. E parlare a voce troppo alta in treno. Andare in un posto col mare e molto, molto caldo. Sonno che non arriva, e non ci sarà valeriana o passiflora che tenga. Forse è ora di riaprire quella boccetta di Lexotan. O forse no. O forse sì. Il chiropratico mi ha parlato della mente scimmia, e in onore di qualcun altro mi tocca proprio convenire che sì, la mente non sta ferma un attimo – come una scimmia. E no, non è facile vivere nel momento arrestando il vortice dei pensieri. Neanche con il piccolo Rasputin che fa le fusa senza sosta. Neanche respirando lentamente ad occhi chiusi – so ham, so ham. Quando la mente vaga a volte coglie delle verità nascoste, come se si trovassero scritte in un libro aperto solo un po’ difficile da raggiungere. E quando succede, wow, tutto quanto per un attimo ha un senso. Diffondere, elargire a piene mani e a destra e a manca, come suggerito da Brezsny. Discorsi fuori luogo con semi-sconosciuti. Porte che si aprono e poi si chiudono. Puro terrore, insomma. Altro che Blake e Huxley, qui non ci serve nemmeno la mescalina signori. E tra poche ore sarà luna piena, così tanto per dire.

everything happens for a reason

Piove incessantemente da giorni.

Il mio aereo decolla tra circa 40 ore e non ho ancora nemmeno iniziato a pensare a che cosa mettere in valigia. Invece di fare quel che ho meticolosamente annotato, mi perdo ad ascoltare musica con i gatti che dormicchiano sul letto. Sarà che mi sono disabituata a certe cose da troppo tempo.

Ho ritrovato il mio quaderno hawaiiano dopo mesi che lo cercavo, era sepolto in cantina in uno dei tanti scatoloni che non ho ancora svuotato dopo l’ultimo trasloco. L’ho ritrovato mentre cercavo delle scarpe di vernice da mettere stasera. Ho voglia di musica altissima con i bassi distorti. Sigarette e alcol. Vaffanculo salutismo.

Avrei tanto voluto vedere i Daft Punk dal vivo, così riascolto Alive 1997 e Alive 2007 in loop. Ma certi treni non ripassano.

Il mio proposito principale per questo periodo sarebbe di vivere nel momento e bla bla bla, ma la mia testa se n’è andata affanculo su un altro pianeta.

Tutto succede per una ragione, peccato solo che io non abbia la più pallida idea di quale sia. “Potrebbe essere un ornitorinco“.

jesus. fucking. christ.

La mia vita è come un film. Più come una telenovela direi. Mi siedo anche io a mangiare i pop-corn per vedere come andrà a finire… Si sa, io spero sempre nel lieto fine, ma chissà poi il regista che razza di trama si è inventato per i personaggi. Per ora, è piuttosto malata.

aruanda

E’ passato oltre un anno e non è cambiato molto. I numeri sul calendario, qualche altro dettaglio esteriore. Mi ero ripromessa di decidere delle cose entro fine 2009 (vedasi qui), ma non l’ho fatto. Perché? Your guess is as good as mine, per così dire.

E adesso non è proprio tempo di esporre nuovi propositi, sono a-propositiva. Per usare una metafora fornita oggi da un’amica, continuerò a navigare a vista in questo mare di merda.

Vorrei solo comunicare al mondo che non sono morta, non sono moribonda né intendo morire, se Dio vorrà. E vorrei anche ringraziare lui, Buddha, e i loro amici là in alto per i piccoli, piccolissimi appigli che mi stanno fornendo. Micro-appigli, tipo parete da scalare di difficoltà massima. Senti il vuoto sotto, e miracolosamente intravedi un microscopico appiglio. Qualcosa del genere. Grazie a tutti gli amici – soprattutto amiche – che hanno bussato alla mia porta per chiedermi come sto, e molto di più. Prevedibili, imprevedibili, se non addirittura impensabili.

Vi ricordate quando dicevo che mi piace cucinare, quando ero presa bene per le idee su come rendere la vita migliore, quando ascoltavo la musica, facevo gelati, progettavo viaggi, o cose del genere? Bene, ora non più. Mi fa tutto schifo. E’ tutto marcito. Come il povero topolino morto nel corridoio della mia cantina, che nessuno ha tirato su e ora è una specie di monito verso la caducità della vita e l’impermanenza della felicità.

Insomma, sono rimasta solo io. Io e il mio tatuaggio da finire, il gatto, il gatto in affidamento, fornelli inutilizzati, una parete di libri, 12 barattoli di sugo di pomodoro bio che non mangerò mai, 3 zucche, un cellulare scassato, biglietti aerei e di trenitalia non rimborsabili buttati nella carta straccia. Io e questo stupido blog, che forse dovrei rileggere con attenzione per capire tante cose. Invece ne continuo a scrivere altre, lasciando ai posteri il lavoro interpretativo, o per dirla in matematichese, lasciando la dimostrazione al lettore.

Avevo scritto qui che “Quando tutto va a rotoli, non resta altro da fare che abbandonarsi alla corrente e sperare di non annegare.” Non avevo considerato l’ipotesi che non ce ne fosse più di corrente. E’ tutto stagnante. La mia condizione si chiama stagnazione del Qi. Che cosa diavolo è il Qi? Ve lo spiego un’altra volta.

Statemi bene. Sono sicura che in questo blog, da qualche parte, c’è anche qualche consiglio intelligente, sepolto in una marea di cazzate autoreferenziali. Tipo questo, toh.

There’s a land, Aruanda
Diamond sand, Aruanda
Silver stars on the hill top
Take me to Aruanda

Lots of fish in the stream near
Lots of dangers to dream there
Golden sun in the valley
Take me to Aruanda

There where nobody worries
There where nobody hurries
Easy life waving you welcome
Take me there

Leave my sadness behind me
Let sweet paradise find me
Heaven waits over yonder
Take me to Aruanda

Astrud Gilberto, “(Take me to) Aruanda”

midnight in a perfect world

In un mondo perfetto, questa mattina mi sarei svegliata con un raggio di luce sul cuscino,  e aprendo la finestra avrei visto dei gabbiani volare sopra l’oceano. Avrei mangiato della frutta fresca in completo silenzio, con la fresca brezza del mattino sulla pelle. Poi sarei uscita per una camminata sulla spiaggia o magari una lezione di yoga. Avrei comprato verdura di stagione e prodotti locali bio al mercato, prima di tornare a casa e iniziare a lavorare su qualcosa di creativo, eccetera eccetera eccetera.

Invece, stamattina mi sono svegliata che nemmeno si vedeva il cielo, da tanto che era cupo e grigio. Non ho aperto la finestra e non ho fatto colazione. Ho invece passato un’ora e mezza in macchina, in mezzo al traffico, per andare a rinchiudermi per altre 8-9 ore davanti a un computer. Mentre ero inscatolata in tangenziale insieme ad innumerevoli altre auto con occupante singolo mi sono ritrovata affianco ad un camion targato Irlanda adibito al trasporto di animali, con tanto di disegnini stilizzati di una mucca, una pecora e un maiale. E vedendo quelle sbarre, e pensando al lungo tragitto pieno di sballottamenti, caldo, rumori e probabile assenza di cibo e acqua, ho pensato ai treni stipati di prigionieri diretti a campi di lavoro e lager. Prevedibilmente, niente yoga né mercato locale, solo tupperware pieni di surrogati di cibi sani: riso, tofu, un po’ di rucola, e nemmeno bio.

L’unico parziale sollievo durante il tragitto era il pensiero che entro sera sarei stata seduta a gambe incrociate e ad occhi chiusi a meditare e respirare in una stanza con il parquet ed una statua di Buddha in un angolo, applicandomi prima nel qi gong e poi nel kung fu, con la mente proiettata alla prossima terapeutica lezione di tong zi gong.

Però poi tutto torna a sommergersi: ancora traffico, aria inquinata, strade e palazzi sporchi, gente distratta, eccesso di cose e di gadget e di elettricità, cibo riscaldato, prodotti nocivi, sacchetti di plastica che strozzano i pesci, animali stretti in gabbie e uccisi senza sosta nei macelli, tristezza, ressa, corse contro il tempo che sembra non bastare mai, rumore ovunque, cieli bassi, opachi e striminziti, sorrisi vuoti, parole che non lasciano traccia, impegni improrogabili e inevitabili, malattie, e sempre troppo, troppa roba e troppo di tutto.

In un mondo perfetto, avrei poco, anzi pochissimo di tutto questo superfluo che intasa il mondo attuale. Poco rumore, poche distrazioni, poca elettricità, pochi soldi, poca roba. Ma avrei tanto, tantissimo di tutto il resto, che adesso può solo infilarsi tra un impegno e l’altro, una cosa e l’altra. Soprattutto tempo. Tanto tempo per me e per le persone a cui voglio bene, tempo per accrescere la mia felicità e pace invece che il portafoglio e lo stress. Tempo per cucinare cibo nutriente e guardarmi un po’ in giro invece che solo avanti, avanti e avanti.

Tiriamo un attimo le somme. Alla mia età è quasi doveroso, ma chiunque dovrebbe farlo. Chi vuole correre e continuare così, da una parte. Chi vuole fermare tutto e scendere, per ricominciare diversamente, dall’altra. Due gruppi ben ordinati, arrivederci e grazie.

Impossibile mischiare le due cose, o almeno in questo momento non riesco proprio a vedere come.